Scritture contabili. L’esibizione “tardiva” non evita il reato

Scritture contabili. L’esibizione “tardiva” non evita il reato

Il reato di occultamento di documenti contabili ex art. 10 D.lgs. n. 74/2000 si consuma nel momento in cui non si adempie l’obbligo di esibizione. 
Il contribuente, pertanto, resta punibile anche se, prima della fine dell’ispezione, decide di collaborare, mettendo a disposizione dai verificatori la documentazione in precedenza richiesta e non esibita. 
È quanto emerge dalla lettura della Sentenza n. 6914/2019 della Corte di Cassazione (Sez. 3 pen.).

L’art. 10 del D.lgs. n. 74 del 2000 punisce con la pena della reclusione da un anno e sei mesi a sei anni1 chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto oppure di permettere l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui sia obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari. 

Il caso. Nel caso sottoposto alla Suprema Corte, al contribuente è stata contestata la fattispecie di occultamento, rispetto alla quale il Giudice di appello, tenuto conto della diminuente di cui all'art. 13-bis D.lgs. n. 74/2000, ha applicato la pena di un anno di reclusione, con revoca delle pene accessorie. 

A questo punto, l’imputato si è rivolto ai giudici di legittimità deducendo la violazione di legge. 
Al riguardo, il predetto ha osservato: 

  • che, ancor prima della chiusura delle operazioni di verifica fiscale, era stata messa a disposizione dei militari della Guardia di Finanza l'intera documentazione contabile;
  • che la circostanza era stata completamente trascurata da entrambi i provvedimenti di merito;
  • che non potevano dirsi realizzati gli elementi costitutivi del reato in contestazione, facendo difetto tanto l'occultamento quanto la distruzione della contabilità;
  • in ogni caso, il reato, di natura permanente, era cessato nel momento dell'esibizione della documentazione nel corso dell'ispezione.


In buona sostanza, secondo il ricorrente, i documenti non erano rimasti occultati, quindi il reato non si era consumato.
Di diverso avviso i giudici di legittimità, i quali hanno precisato che l'occultamento consiste nellatemporanea o definitiva indisponibilità della documentazione da parte degli organi verificatori e si realizza mediante il nascondimento materiale del documento. 

L'occultamento invero, a differenza della distruzione, dà luogo a un reato permanente perché l'obbligo di esibizione perdura finché è consentito il controllo e quindi la condotta antigiuridica si protrae nel tempo a discrezione del reo, il quale, a differenza della distruzione, ha il potere di fare cessare l'occultamento esibendo i documenti, atteso che il reato permanente si distingue da quello istantaneo proprio per la possibilità offerta al soggetto attivo di fare cessare in qualsiasi momento la condotta antigiuridica. 

Perciò la fattispecie di occultamento costituisce un reato permanente, che si protrae sino al momento dell'accertamento fiscale, dal quale soltanto inizia a decorre il termine di prescrizione (Cass. pen. Sez. 3, n. 14461/2017), e si consuma nel momento in cui gli agenti chiedono di esaminare la documentazione (così Cass. pen. Sez. 3, n. 13716 del 07/03/2006). 

Gli Ermellini hanno aggiunto che il delitto di cui all'art. 1 D.lgs. n. 74/00, tutelando il bene giuridico della trasparenza fiscale, è integrato in tutti i casi in cui la distruzione o l'occultamento della documentazione contabile dell'impresa non consenta o renda difficoltosa la ricostruzione delle operazioni, rimanendo escluso solo quando il risultato economico delle stesse possa essere accertato in base ad altra documentazione conservata dall'imprenditore, e senza necessità di reperire aliunde elementi di prova (Cass. pen. Sez. 3, n. 20748/2016). 

Né può rilevare ovviamente, ai fini dell'esclusione o meno del reato, la particolare solerzia degli accertatori, mentre - quanto all'elemento soggettivo - non può assumere rilievo la delega di compiti alla segretaria ovvero al professionista (cfr. ad es. Cass. pen. Sez. 3 n. 37856/2015). 

Alla stregua dei rilievi che precedono, i giudici di legittimità sono giunti alla conclusione di non potere condividere gli assunti del ricorrente «che, pure citando i principi appena richiamati, ne avrebbe tratto la conclusione che il reato non si sarebbe consumato. Al contrario, in esito all'avvio della verifica fiscale ed alla richiesta della documentazione (le anomalie erano già emerse per conto loro, nell'ambito dell'accertamento condotto dai militari operanti), era venuta meno solamente la permanenza del reato, non certamente il reato in sé. In altre parole, la spontanea esibizione delle fatture era avvenuta allorché le discordanze contabili erano già emerse, con le anomalie ampiamente descritte dai provvedimenti di merito, quanto alla registrazione di fatture emesse nei riguardi di enti pubblici e alla mancata annotazione di fatture recanti identica numerazione ma emesse nei riguardi di soggetti privati, in tesi meno interessati, o coinvolti, dalla regolarità fiscale»

E ancora gli Ermellini scrivono che «in ogni caso i provvedimenti di merito hanno correttamente evidenziato gli elementi che (…) conducevano a ravvisare il dolo specifico previsto dalla fattispecie, anche in relazione all'invito – presente solamente nelle fatture in contabilità, ma non in quelle omesse - ad accreditare gli importi delle fatture medesime tramite bonifico bancario»

In conclusione, il ricorso dell’imputato è risultato infondato per la parte concernente la configurabilità del reato, mentre in riferimento alla dedotta omessa pronuncia sui motivi di appello concernenti il divieto di bis in idem e la applicabilità delle circostanze attenuanti generiche, gli Ermellini hanno disposto il rinvio della causa al Giudice di appello, per nuovo giudizio. 


____________________________________________________ 

1La pena, in precedenza contenuta in una cornice edittale da sei mesi a cinque anni, è stata innalzata dal D.lgs. n. 158 del 2015.

Tutte le news