Bancarotta documentale. Responsabilità del “prestanome”

Bancarotta documentale. Responsabilità del “prestanome”

 
La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 11424/2021, pubblicata il 24 marzo, si è pronunciata a proposito della responsabilità della “testa di legno” per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, sostenendo che a tal fine rileva che la condotta sia connotata da un coefficiente di consapevolezza idoneo a giustificare l'attivazione in concreto dei doveri su di lui gravanti giacché investito della carica.

Il caso - L’amministratore di una società di capitali dichiarata fallita, chiamato a rispondere del reato di bancarotta documentale ex art. 216 L.F., si è difeso sostenendo, tra l’altro, di essere un mero “prestanome” e di non aver mai ricoperto, in effetti, un ruolo dirigenziale; circostanza che però il Giudice di secondo grado ha escluso, sulla base dei compiti e delle attività svolte dall’imputato, sia prima, che dopo il fallimento, considerato che era stato proprio lui a consegnare al Curatore le poche scritture contabili che erano state fornite a quest'ultimo.

Ebbene, il giudizio di colpevolezza espresso dalla Corte d’Appello è stato avallato dalla Corte di legittimità che l’ha reso, così, definitivo.

Ragioni della decisione - A giudizio degli Ermellini, in particolare, il ragionamento decisionale del Giudice di merito si snoda «in un percorso argomentativo razionale nel quale non si individuano profili di illogicità» e che tratteggia «la piena consapevolezza nell'imputato delle attività di impresa e della assoluta rilevanza di una struttura documentale destinata a rendere ostensibile le vicende economiche della società, che solo in parte - ma, in parte evidentemente inadeguata allo scopo, secondo la sentenza impugnata - era stata messa a disposizione degli organi fallimentari. La Corte d'appello, inoltre, da una serie di indici oggettivi di particolare pregnanza (la durata pluriennale dell'incarico, la consapevolezza dei reali movimenti economici che coinvolgevano la società, le peculiarità di una cessione d'azienda che vedeva il medesimo N. rappresentare anche la cessionaria la manifesta sproporzione tra i debiti documentati dalle poche scritture consegnate e quelli emersi in sede di verifica del passivo, l'assoluta impossibilità di accertare crediti, ricavi e destinazione degli incassi), ha tratto la prova razionale della sussistenza del dolo specifico».

Principi di diritto- Con l’occasione, il Collegio di legittimità si è soffermato sulla questione della responsabilità del prestanome per i delitti di bancarotta fraudolenta documentale (art. 216, comma 2, I. fall.), dando seguito all’orientamento (v. Cass. 43977/2017 che richiama Cass. n. 19049/2010 e n. 642/2013), secondo cui:
  • l'amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta fraudolenta documentale, atteso il diretto e personale obbligo dell'amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture, diversamente da quanto avviene in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale, dal momento che l'accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi, attinenti alla distrazione di singoli beni costituenti il patrimonio sociale, nutriti dall'amministratore di fatto;
  • l'amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta, in frode ai creditori, delle scritture contabili, anche laddove sia investito solo formalmente dell'amministrazione della società fallita (cosiddetta testa di legno), in quanto sussiste il diretto e personale obbligo dell'amministratore di diritto di tenere e conservare le predette scritture, purché sia fornita la dimostrazione della effettiva e concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari.

Per la sentenza n. 11424/2021, dunque, la responsabilità dell'amministratore che sia un mero prestanome, non richiede «che sia dimostrata l'effettiva esistenza di poteri gestori nell'amministratore di diritto - come pretenderebbe il ricorrente -, ma solo che la sua condotta sia connotata da un coefficiente di consapevolezza idoneo a giustificare l'attivazione in concreto dei doveri su di lui gravanti in quanto amministratore di diritto».

Condanna alle spese - In definitiva, il caso di specie si è chiuso con la conferma della sentenza di condanna pronunciata dal Giudice di merito a carico dell’amministratore unico della Società fallita, cui la Suprema Corte ha inflitto anche la condanna al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, con versamento della somma di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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